Fare OGM: tra fantasie e realtà

Sai come si fa un OGM? Le recenti polemiche sull’opportunità di riavviare la ricerca pubblica italiana sugli OGM Made in Italy, ha permesso di far venire a galla l’esistenza di un errore concettuale riguardo al modo in cui vengono prodotte le nuove varietà OGM ad uso agroalimentare. Questo errore, grave e profondo, sembra permeare un po’ tutta la retorica di chi si oppone strenuamente a questa tecnologia.

La recente enciclica di Papa Bergoglio, tra le altre cose, torna a parlare di OGM. La posizione espressa dalla chiesa su questo tema (dal paragrafo 130 in poi) è sorprendentemente lucida ed equilibrata, ma ci sono alcune affermazioni che hanno destato più di qualche perplessità. In particolare, al paragrafo 133 l’enciclica riporta che l’estendersi delle coltivazioni OGM «diminuisce la diversità nella produzione».

L’idea che gli OGM, in quanto tali, sarebbero pericolosi per l’agrodiversità, l’ho sentita declinare ormai in ogni forma.

È difficile farsi spiegare esattamente che cosa preoccupi tanto gli oppositori di questa tecnologia, specialmente perché si finisce con l’impantanarsi in una gran confusione tra biodiversità (quella degli ecosistemi) e l’agrodiversità (quella a disposizione degli agricoltori).

Riascoltando un recente intervento della Senatrice Fattori (M5S), mi si è però accesa una lampadina.

Al minuto 6:40 la Senatrice si dice preoccupata dal fatto che gli effetti sulla salute di inquinanti, tossine e tante altre cose, potrebbero persistere per tre generazioni, a causa di presunti effetti epigenetici. In quel punto del suo intervento non si riferisce specificamente agli OGM – ne parlerà più avanti – ma da alcuni suoi commenti su Facebook[1] mi è parso di capire che nel calderone delle cose epigeneticamente pericolose, ci metta anche gli interventi di ingegneria genetica. Ad ogni modo, se anche la Senatrice non concordasse sull’esistenza del “pericolo epigenetico degli OGM”, l’idea è comunque diffusa tra chi vi si oppone.

Vi chiederete cosa c’entri l’epigenetica con l’agrodiversità, e avete ragione perché il collegamento è solo incidentale, ma è proprio questo legame improbabile che mi ha fatto accendere la lampadina. Portate quindi un po’ di pazienza, e cercherò di raccontarvi due cose interessanti e ingiustamente neglette del mysterioso mondo degli OGM.

Cos’è l’epigenetica?

L’epigenetica è cosa complessa, ma per fortuna qui ci basta il concetto generale.

Se è vero che le istruzioni di funzionamento di un organismo sono scritte nel suo DNA (la genetica), è anche vero che in ogni singola cellula è attiva solo una parte specifica di queste informazioni, che le consente di essere, ad esempio, cellula del fegato anziché della pelle. Il particolare set di informazioni da eseguire è sempre definito dai geni, ma ogni particolare “settaggio” avviene in risposta a qualcosa di esterno alla cellula, come gli ormoni, o quelle che i biologi chiamano genericamente molecole-segnale.

Un po’ come nel vostro cellulare, nel quale il software rimane lo stesso, ma voi potete cambiare le impostazioni, ad esempio attivando o disattivando il WiFi. L’elettronica e il programma rimangono immutati, ma voi potete accendere e spegnere la funzione. È il programma stesso (la “genetica” del cellulare) a darvi questa possibilità.

Ebbene, è accertato che alcune di queste impostazioni degli organismi viventi possono essere trasmesse alla discendenza. Un po’ come se voi trasferiste il software su un cellulare nuovo, ritrovandovi alcune impostazioni che avevate in quello vecchio, già configurate.

Queste impostazioni già programmate sono l’epigenetica.

In particolare la Senatrice Fattori fa riferimento ad un famoso studio condotto in Olanda, che ha dimostrato come gli effetti epigenetici della carestia patita durante la seconda guerra mondiale siano rintracciabili nei nipoti di chi l’ha subita.

Ecco da dove arriva la terza generazione di cui si preoccupa la Fattori.

Chi ha paura dell’epigenetica?

Resta da capire il motivo per cui chi si oppone alle biotecnologie cita l’epigenetica come rischio legato agli OGM. Chi vi si oppone teme, tra le altre cose, che l’intervento di mutazione genetica – in sé, noto e studiabile in dettaglio – possa in qualche modo interferire con queste impostazioni epigenetiche, in modi inattesi e imprevedibili. Come se voi installaste una app per il vostro cellulare, e questa attivasse autonomamente, per dire, la funzione GPS. Per esempio l’intervento di modifica genetica potrebbe attivare un gene che normalmente è spento, e far sì che l’organismo modificato cominci a produrre anche qualcosa di dannoso, all’insaputa dei ricercatori.

Non è chiaro il motivo per cui, secondo i detrattori delle biotecnologie, questo rischio debba esserci con l’ingegneria genetica e non con le mutazioni indotte chimicamente, o con le radiazioni. Però, in astratto, l’obiezione è plausibile.

E in concreto?

Cosa dicono gli esperti sul fantomatico “rischio epigenetico”?

Su Facebook c’è un gruppo di discussione dedicato proprio al tema degli OGM: GMO Skepti-Forum. È in inglese e riunisce un gran numero di esperti del settore, da tutto il mondo. Potete incontrare, virtualmente, proprio gli stessi ricercatori che gli OGM per l’agricoltura (e non solo quelli) li producono davvero, nei loro laboratori. Sì, ci sono anche alcuni ricercatori che lavorano per la kattivizzima Monsanto (quindi, persone malvage e corrotte per definizione… ) ma la maggioranza sono ricercatori universitari[2].

Su questo forum si è parlato un po’ di tutto, e gli argomenti principali li trovate comodamente indicizzati sull’omonima wiki. Si è parlato più volte anche della questione del rischio epigenetico, ed è grazie a tutte queste discussioni che ho imparato una cosa molto interessante, che ci riporta anche alla vetusta questione della biodiversità. O meglio: dell’agrodiversità.

Fare un OGM: fantasia.

L’intervento dell’Onorevole Fattori, assieme ad alcuni suoi commenti su Facebook, mi ha fatto intuire che forse la Senatrice ha un’idea molto sbagliata su come si fa un OGM ad uso agricolo. Idea che, in ogni caso, sembra essere molto diffusa nell’ambiente degli oppositori.

Quel riferimento alle tre generazioni e le altre sue dichiarazioni mi fanno sospettare che, secondo la Senatrice, ci sia da qualche parte un ipotetico Signor Monsanto che inietta ogiemmosità in ognuno dei singoli semi che venderà agli agricoltori.

Cioè, per gli oppositori della transgenesi, i semi che finiscono nella seminatrice sono stati resi OGM uno per uno. Al massimo, nella generazione precedente, ecco.

Altrimenti non si spiega questo terrore del «fino alla terza generazione».

Ebbene: indovinate un po’? Non esiste nessun Signor Monsanto che inietta ogiemmosità nei semi.

Anzi, proprio in agricoltura, la situazione non potrebbe essere più lontana da quella che sembrano sottendere le parole della Fattori.

Not a GMO

Fare un OGM: realtà.

Frequentando GMO-Skepti-Forum ho imparato che la strada che porta dall’intervento di modifica[3] alla seminatrice dell’agricoltore è in realtà lunga e tortuosa.

Molto lunga. Soprattutto molto tortuosa.

Per vostra fortuna si riassume in fretta.

Anzitutto dovete sapere che chi vuole creare un OGM – ad esempio un nuovo mais – sceglie di modificare la varietà che gli è più comoda da maneggiare in laboratorio. Non sceglie necessariamente una varietà commerciabile, non ha bisogno di farlo, e presto capirete il perché.

L’intervento di modifica avviene, passatemi la semplificazione, su un certo numero di germogli. Questi vengono poi fatti crescere, e il ricercatore verifica in quali di essi la modifica è andata a buon fine. Cioè in quali piante il nuovo gene funziona correttamente. Queste piantine vengono quindi fatte riprodurre, in modo da selezionare quelle in cui il nuovo gene viene anche trasmesso stabilmente alle generazioni successive.

Per accertarsi di ciò, sono necessarie otto o dieci generazioni[4].

A questo punto possono cominciare i primi test tossicologici per verificare, ad esempio, se ciò che produce il nuovo gene può provocare allergie. È raro, ma può succedere.

Per questi test è necessario far riprodurre ancora le piante selezionate, fino ad avere una quantità sufficiente di prodotto: nel nostro esempio, chicchi di mais. Quindi, quando si arriva ai primi test tossicologici è già passata più di una decina di generazioni, eppure la seminatrice dell’agricoltore è ancora lontana.

Se tutto è andato bene, il nostro ricercatore si ritroverà con seme sufficiente a coltiare qualche ettaro con la sua varietà di mais A modificata geneticamente[5]. Il problema è che la varietà A non è l’unica ad essere venduta. Esistono decine di varietà di mais, ognuna con caratteristiche sue proprie.

Nessuna singola varietà si vende a sufficienza da giustificare economicamente un intervento di modifica genetica a scopo commerciale.

Tuttavia il nostro ricercatore non ha alcuna necessità di modificare ogni singola varietà di mais, una ad una. A lui è bastato ottenere la prima (ovvero ottenere l’evento), tutte le altre le può ricavare facilmente con la tecnica più vecchia del mondo: l’incrocio.

Non è sufficiente un incrocio soltanto. Una volta incrociato A con B, il risultato deve essere incrociato ancora con B, e poi ancora, e poi di nuovo. Fino a quando i pronipoti di A non tornino ad essere geneticamente identici a B, ad eccezione del nuovo gene, che il ricercatore avrà cura di selezionare ad ogni generazione.

È il procedimento che i biologi chiamano incrocio di ritorno (backcrossing) e richiede diverse generazioni.

Solo dopo aver ottenuto piante nuovamente identiche alla varietà B che interessa vendere, si passerà alla moltiplicazione e alla vera e propria produzione di semi per la vendita.

Magari, trattandosi di mais, c’è anche bisogno di un’ultima ibridazione finale, prima della vendita.

E l’epigenetica? E la biodiversità?

Tutta questa tirata serve a capire due cose importanti.

1) Non esiste “il” mais OGM. Esistono decine di varietà di mais, ognuna delle quali può essere disponibile sia in versione “normale”, sia in versione modificata. O con varie combinazioni di modifiche diverse. La modifica però non è avvenuta direttamente su di esse.

2) Dall’intervento del biotecnologo alla seminatrice dell’agricoltore passano anni, e almeno un paio di decine di generazioni; la metà delle quali prevede incroci ripetuti con varietà non modificate. Aggiungete anche il fatto che i principali tratti genetici in commercio oggi sono stati messi sul mercato vent’anni fa – come nel caso dell’evento MON810, oggetto del contendere in Italia – ovvero almeno altre venti generazioni fa.

A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che il fantomatico “pericolo epigenetico” è una buffonata colossale. Di qualunque “settaggio” epigenetico indesiderato possa essere stato vittima l’OGM iniziale, nella seminatrice dell’agricoltore non è rimasto più nulla. Non dopo decine di generazioni e di incroci assortiti. Altro che tre.

Soprattutto è la litania della perdita di agrodiversità ad uscire a pezzi dal confronto con i fatti.

Una rapida occhiata al catalogo, ad esempio, di Pioneer è più che sufficiente a mostrare come stanno le cose nella realtà.

Nella prima colonna c’è la sigla che indica la varietà di mais. Le sigle nella terza colonna indicano i tratti caratteristici di quella particolare varietà. Notate come per la varietà P0157* esista la versione senza modifiche genetiche, per molte altre invece no, perché sono varietà nuove ricavate da altre già modificate in passato: le varietà nuove nascono con i tratti genetici già incorporati.

Nella prima colonna c’è la sigla che indica la varietà di mais. Le sigle nella terza colonna indicano i tratti caratteristici di quella particolare varietà. Notate come per la varietà P0157* esista la versione senza modifiche genetiche, per molte altre invece no, perché sono varietà nuove ricavate da altre già modificate in passato: le varietà nuove nascono con i tratti genetici già incorporati.

Addirittura, per molte varietà recenti non è neppure disponibile una variante “normale”, senza geni aggiunti con l’ingegneria genetica. Forse perché le varietà più moderne sono ottenute, per incrocio e selezione, a partire da varietà già modificate in passato.

Alla verifica dei fatti, vietare gli OGM significa ridurre l’agrodiversità, non preservarla!

Più importante ancora è però riflettere su frasi come queste:

Una sola varietà

Tutte le varietà di mais sono coperte da brevetto, che poi comunque scade. Nessuno dipende da nessuna singola varietà di mais, OGM o non OGM che sia. Di che cosa sta parlando?

Diversificare mangimi

Si parlava della piralide del mais (corn borer), i cui danni facilitano la contaminazione da muffe, le quali producono sostanze teratogene e cancerogene (aflatossine e fumonisine), che costringono gli agricoltori a destinare al biogas frazioni anche consistenti della loro produzione. Non lo fanno certo di loro spontanea volontà! Le varietà MON810 sono resistenti alla piralide, e si sono dimostrate efficaci nel prevenire le contaminazioni da muffe. Secondo la Fattori sarebbe invece tutta una questione di cattiva conservazione (sic!). Inoltre, tutto il mais non BT è già sensibile ai parassiti, per questo hanno inventato il BT… Dunque, di cosa sta parlando?

Io capisco che un non addetto ai lavori abbia di meglio da fare nella vita che imparare come costruirsi un improbabile geranio OGM per il suo balcone. Queste dichiarazioni, però, provengono da una persona che si è autoproclamata esperta mondiale di OGM. Tanto esperta da mettere in dubbio l’opinione della schiacciante maggioranza degli addetti ai lavori di tutto il mondo.

Leggendo quel che scrive, invece, vien fuori che non ha mai neanche aperto un catalogo di sementi; forse neppure un libro di agraria delle superiori. Non paga di ciò, rifiuta arrogantemente di ascoltare chicchessia, in un delirio di onniscienza che darebbe gli incubi a Dunning e Kruger.

Gli OGM sono tutti uguali - coinventore di brevetto

Ci sarebbe da ridere di tutto ciò, se non fosse che questo personaggio si è installato nella stanza dei bottoni, ed ha quindi una concreta opportunità di imporre a tutta la nazione – e perché no, a tutta Europa! – la sua personale, catastrofica ignoranza.

Non so a voi, ma a me questa cosa fa un po’ paura.

§

1. Purtroppo Facebook non mi permette di rintracciare il commento nel quale la Senatrice faceva riferimento più esplicito alla questione delle “tre generazioni”. Sono riuscito a trovare solo un commento in cui la Senatrice fa riferimenti generici e un po’ nebulosi ad alcune delle difficoltà che si incontrano nel processo di modifica genetica.

Come dovrebbe essere evidente dal testo, tutte le difficoltà elencate in questo intervento (molte delle quali possono essere catalogate come epigenetica), sono affrontate e risolte durante la procedura di intervento genetico, prima ancora della richiesta di approvazione dell’evento.

Spero che dal mio articolo si capisca che le difficoltà elencate in questo intervento (molte delle quali possono essere catalogate come epigenetica), sono affrontate e risolte durante la procedura di modifica, prima ancora della richiesta di approvazione dell’evento. La Senatrice non perde occasione per vantarsi di avere «progettato, costruito, manipolato e brevettato ogm», ma da quello che scrive non si direbbe proprio!

2. Sì, la maggior parte degli OGM sono prodotti da ricerca pubblica e no-profit, ma difficilmente li vedrete in giro, perché al momento solo le industrie più grandi hanno la capacità economica di superare l’ostruzionismo burocratico all’approvazione di nuovi OGM. L’opposizione cieca a questa tecnologia è causa proprio di ciò che si propone di evitare!

3. Gli agronomi indicano questo intervento di modifica con la parola evento. È questo evento che deve essere sottoposto ad approvazione, prima che tutte le varietà che da esso derivano possano essere messe in commercio. La richiesta di approvazione avviene comunque più avanti, dopo i test tossicologici.

4. Con le moderne tecniche di selezione potrebbero bastarne un po’ meno.

5. Le varietà di mais (i cultivar) sono solitamente indicati con una sigla alfanumerica indecifrabile per noi comuni mortali. Per comodità ad alcune di queste varietà, o a gruppi di esse simili tra loro, viene a volte associato un nome di fantasia, ad uso commerciale.

§

Per approfondire

• Sulla necessità di reincrociare la singola varietà modificata con quelle che interesse vendere, o distribuire gratuitamente, puoi leggere l’interessante sintesi della storia del Golden Rice, così come riportata sulle pagine di Nature. [temo non sia più disponibile gratuitamente!]

• Sui test necessari prima della richiesta di autorizzazione, ci sono alcuni commenti interessanti in questa discussione su GMO Skepti-Forum. Purtroppo è molto difficile rintracciare discussioni specifiche su Facebook.

§

Informazioni su WorldsOutsideReality

«Hold faithfulness and sincerity as first principles. Have no friends not equal to yourself. When you feel you have faults, do not hesitate to correct yourself.» (Confucius; Analects, 9.25)

Pubblicato il 1 luglio 2015, in OGM, Parlando di scienza, Sicurezza alimentare con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. VoceIdealista

    L’ha ribloggato su laVoceIdealista.

    Mi piace

  2. L’ha ribloggato su Cavolate in libertàe ha commentato:
    Una lettura molto interessante.

    Mi piace

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