Contiene OGM. E quindi?

Già sapevamo che molti prodotti made in Italy dipendono dall’importazione di OGM, in particolare mais e soia; ne aveva già parlato Dario Bressanini sul suo canale Youtube. Era quindi solo questione di tempo prima che qualche prodotto ingegnerizzato arrivasse direttamente sugli scaffali del supermercato. Il primo lo ha scovato Dario Bressanini, un secondo l’ho trovato io, a Parma, nel cuore della Food Valley.

Mais OGM

L’indicazione «OGM» è generica, e può riferirsi a prodotti molto diversi tra loro. È probabile che questo mais sia del tipo resistente agli insetti (BT), perché questa caratteristica, riducendo indirettamente il rischio di contaminazione da micotossine, è la più utile per i lunghi viaggi necessari all’esportazione. Tuttavia si tratta di una supposizione: è impossibile capire a quali caratteristiche genetiche faccia riferimento l’etichettatura.

Quello che forse molti non sanno è che in EU l’etichettatura dei prodotti OGM è obbligatoria da tempo. Quindi se siete curiosi di sapere se ciò che mangiate contiene OGM, non avete che da guardare l’etichetta: ogni ingrediente geneticamente modificato deve essere indicato come tale; così impone la Direttiva Europea 1830 del 2003.

Non solo potreste già imbattervi nella dicitura “OGM” su alcuni prodotti, molti già vantano l’assenza di OGM sulla loro confezione.

Esattamente, che cosa vuol dire una dicitura «contiene OGM»? Cioè, in qualità di consumatore, quale informazioni ottengo dalla dicitura «OGM», o dal suo alter ego «senza OGM»?

Per saperlo dobbiamo anzitutto capire che cosa rientra nella definizione di OGM e che cosa no.

COS’E’ UN OGM?

Il punto chiave da tenere bene a mente è che quella di OGM è anzitutto una definizione giuridica. In Europa fa testo quella riportata nella Direttiva Europea 18 del 2001, che all’articolo 2 comma 2 dice che:

[si definisce] «organismo geneticamente modificato (OGM)», un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale.”

Una definizione abbastanza lineare, che ha però il grosso difetto di comprendere in essa quasi tutto ciò che l’umanità coltiva, dal secondo dopoguerra in poi.

Per rimediare a questo non trascurabile dettaglio, nei commi successivi la normativa fa riferimento a due allegati (1A e 1B) che contengono tre elenchi di tecniche di manipolazione genetica: nel primo sono riportate le tecniche che danno origine a OGM, negli altri due quelle che – pur potendo corrispondere alla definizione generale – non danno invece origine a OGM. Inoltre, se una delle tecniche del primo elenco (quello degli OGM) viene usata per ottenere un risultato identico a quello che «avviene in natura con l’accoppiamento» (ad esempio i famosi organismi cis-genici, come la mela resistente alla ticchiolatura sviluppata in Italia da ricercatori dell’Università di Bologna), questo risultato rientra comunque nella categoria degli OGM.

Potrebbe sembrare che sia dunque la tecnica usata per introdurre nuove caratteristiche a fare la differenza, in realtà la questione è ancora più complicata di così. Infatti se un organismo ha subìto una modifica genetica con una delle tecniche elencate nella citata prima lista, ma questa modifica è avvenuta spontaneamente in natura, il risultato comunque non è un OGM. È il caso, ad esempio, della patata dolce, modificata spontaneamente da Agrobacterium qualche migliaio di anni fa, quello stesso Agrobacterium che i ricercatori usano per introdurre nuovi geni nei vegetali. Non dimentichiamo inoltre che tutti gli organismi viventi contengono un buon numero di geni di sicura origine retrovirale, ma questo non li rende OGM.

È anche necessario considerare che la divisione delle tecniche nelle due liste non sembra rispondere a nessun chiaro criterio scientifico: ad esempio la mutagenesi attraverso radiazioni o trattamenti chimici, pur generando centinaia di geni completamente nuovi per la specie trattata (anzi: completamente nuovi in senso assoluto!), rientra nelle tecniche che non danno origine a OGM. Queste tecniche sono state infatti considerate una sorta di “potenziamento” dei fenomeni di mutazione naturale; tuttavia, la stessa cosa si potrebbe dire anche per transgenesi e cisgenesi con Agrobacterium o con retrovirus, che invece rientrano nell’elenco delle tecniche generatrici di OGM.

Ci sono altri aspetti di questa definizione che è importante considerare, più sottili ma non meno importanti.

Essa sancisce che è OGM «un organismo […] il cui materiale genetico è stato modificato». Se applicassimo alla lettera questa definizione, niente di ciò che esce dai laboratori biotech sarebbe un OGM: come ho già spiegato in un altro mio articolo, la strada tra la modifica genetica e la seminatrice dell’agricoltore è molto lunga; soprattutto, è piena di incroci con le varietà commerciali vecchie e nuove, non necessariamente GM. Tutto ciò significa che per rientrare nella definizione di OGM, non è indispensabile che un organismo sia passato nelle mani di un biotecnologo: sono OGM anche tutti i discendenti, diretti e cadetti, dell’organismo materialmente modificato, secula seculorum. Inoltre, se l’organismo in oggetto è passato da un laboratorio ma non ha subìto nessuno dei trattamenti che rientrano nel citato primo elenco, non è comunque un OGM.

Ci tengo a sottolineare questo aspetto perché ho la sensazione che, in qualche modo, nell’immaginario collettivo sia diffusa l’idea che le sementi OGM escano direttamente da un qualche laboratorio, mentre quelle non-OGM non vi siano mai passate: niente di più lontano dalla realtà!

Infine è curioso notare che la normativa specifica esplicitamente «diversi dall’uomo». Sarebbe infatti imbarazzante se qualche cavillo burocratico avesse come effetto collaterale il divieto di portare a giocare al parco (cioè “in campo aperto”) i bambini curati con terapia genica

QUINDI, COSA VUOL DIRE L’ETICHETTA «CONTIENE OGM»?

Se avete avuto la pazienza di seguirmi fino a qui, forse vi starete chiedendo che senso abbia tutto questo. Ovvero, come consumatore, che informazioni ci dà la scritta «contiene OGM».

È davvero difficile dare una risposta sensata a questa domanda. Però posso dirvi quali informazioni non ci dà l’etichettatura OGM.

1) Non ci dice se nel prodotto ci sono ingredienti che possono contenere tracce di qualche particolare insetticida, diserbante o altro fitofarmaco, né l’assenza di OGM ci mette al sicuro da questa possibilità.

Accanto ad una soia marcata OGM e resistente ai diserbanti, potreste infatti trovare un riso anch’esso resistente ai diserbanti, ma che non rientra nella definizione di OGM. Potreste in futuro trovarvi sullo scaffale del supermercato un mais multivitaminico marcato OGM, accanto ad un mais biologico sul quale è stata però irrorata la tossina Cry, lo stesso insetticida che caratterizza quasi tutti i prodotti OGM resistenti agli insetti.

2) Non ci dice se l’ingrediente OGM contiene geni estranei all’ingrediente originale, oppure no.

Ad esempio potreste un giorno trovare etichettato come OGM il grano per celiaci, a basso contenuto di gliadine, sviluppato in Spagna grazie a una tecnica genetica (detta RNA Interference, RNAi) che permette di “disattivare” singoli geni. Accanto ad esso potreste trovare un altro grano per celiaci, sempre a basso contenuto di gliadine, sviluppato dallo stesso gruppo di ricerca, ma con una tecnica diversa, di cui forse avete già sentito parlare: CRISPR/CAS9; questa tecnica è stata usata per rimuovere singoli geni nella pianta (invece di disattivarli come la RNAi). Ebbene, il primo prodotto, ottenuto con RNAi, rientra nella definizione di OGM, il secondo, ottenuto con CRISPR, probabilmente no (negli USA non sono considerati tali, la UE, nel momento in cui scrivo questo articolo, non si è ancora pronunciata).

3) Non ci dice se l’intervento di modifica genetica è in un qualche senso “naturale” o “innaturale”.

Ad esempio, esistono due razze di bovini (Piemontese e Blue Belga) che hanno una mutazione in uno dei geni coinvolti nella regolazione della crescita, mutazione che le porta ad avere una ipertrofia muscolare; entrambe le mutazioni sono avvenute spontaneamente. Recentemente un team cino-coreano ha ottenuto con le biotecnologie la stessa mutazione nel maiale, che ha quindi acquisito il tratto genetico dell’ipertrofia muscolare, esattamente come i bovini; questi maiali però rientrano nella classificazione di OGM.

4) Non ci dice se la caretteristica innovativa dell’ingrediente OGM è vantaggiosa per gli agricoltori, per gli allevatori, per l’ambiente o per noi consumatori.

Con le biotecnologie si possono ottenere caratteristiche genetiche molto diverse tra loro: già oggi esistono cereali e legumi resistenti agli insetti; riso, banane e mais arricchiti di vitamine; mele e patate che non anneriscono prematuramente a contatto con l’aria (e producono meno acrilamide quando vengono cotte); patate resistenti alla peronospora; melanzane resistenti agli insetti; colza arricchita di acidi grassi essenziali; pomodori resistenti ai virus (ricerca tutta italiana); salmoni che crescono più in fretta e con (relativamente) meno cibo. In fase più o meno avanzata di studio ci sono anche: varietà di riso più produttive, meno inquinanti e che richiedono meno fertilizzanti; legumi e cereali più resistenti agli stress idrici o alla salinità del terreno; pomodori che resistono agli stress termici, e tante altre cose. A titolo sperimentale sono state anche ottenute vacche senza corna (una caratteristica oggi presente solo in pochissime razze); maiali resistenti ad una particolare malattia virale e polli resistenti all’influenza aviaria, per citarne alcuni.

Una banale indicazione OGM non ci dice nulla su quale sia la caratteristica genetica che ha reso tale il prodotto. Prodotto che potrebbe peraltro portare più tratti genetici nuovi, magari ottenuti con tecniche diverse.

5) Non ci dice se l’ingrediente OGM è brevettato, o in qualche modo controllato da una qualche azienda, né l’assenza della dicitura OGM ci garantisce il contrario.

Pochi sanno che una buona fetta della ricerca agrobiotecnologica è pubblica o non-profit, ma non può arrivare sul mercato proprio a causa degli enormi costi delle procedure di approvazione e dell’ostruzionismo burocratico. Basterà qui ricordare la già citata mela Gala resistente alla ticchiolatura, sviluppata dal professor Silviero Sansavini dell’Università di Bologna, e mai brevettata, che non può però essere coltivata, neppure a titolo sperimentale. Notevole anche il caso del pomodoro San Marzano resistente ad una malattia virale: l’originale è praticamente estinto, e col nome di San Marzano si coltiva un ibrido realizzato da un’azienda biotech israeliana. Sono solo due esempi delle molte ricerche italiane, finanziate dallo stato e condotte dalle nostre università, delle quali il Made in Italy non può però beneficiare. Non dimentichiamo infatti che le biotecnologie, in loro stesse, sono meno costose delle tecniche “convenzionali”, e quindi potenzialmente molto utili proprio alle nicchie di tipicità, che non hanno grandi capitali da spendere. Come già ricordato, ad ostacolare la proficua applicazione delle biotecnologie è l’ipertrofia ingiustificata delle norme per l’approvazione di nuove varietà agricole, ipertrofia che favorisce le aziende più grandi, le quali però ben difficilmente si interessano alle piccole realtà locali. Addirittura, in Italia, abbiamo dei veri e propri divieti indiscriminati che colpiscono anche la ricerca pubblica.

D’altra parte, l’assenza della qualifica di OGM non ha mai impedito a nessuno di brevettare nuove varietà agricole, o di proteggerle commercialmente con dei marchi. Il già citato riso resistente ai diserbanti, venduto in kit con il diserbante stesso, è proprio uno di questi casi: lo stesso marchio protegge molte altre colture con lo stesso tratto di resistenza (dai girasoli alla soia). Il marchio, inoltre, a differenza del brevetto non ha scadenza.

D’altra parte, forme specifiche di tutela della proprietà intellettuale, come i marchi DOC e IGP, sono indispensabili proprio alla sopravvivenza di quelle piccole realtà di nicchia tipiche delle tipicità italiane, che non possono beneficiare della produzione di scala. È interessante soprattutto notare che marchi e certificazioni di tipicità, oltre a non avere scadenza, sono potenzialmente molto più restrittivi di un comune brevetto. Tanto più restrittivi da dare origine talvolta a situazioni imbarazzanti, come quella volta in cui il Consorzio di Tutela della Focaccia di Recco IGP è stato multato per aver prodotto… la Focaccia di Recco IGP.

Ovviamente tutto questo offre anche la possibilità di operazioni commerciali al confine con la speculazione, come nel caso del Kamut®, un marchio con cui viene venduta a caro prezzo una particolare cultivar di comune grano khorasan; cultivar di proprietà di un’azienda americana, che grazie proprio al marchio, ne controlla l’intera filiera, dalla coltivazione alla vendita.

Dovrebbe essere quindi evidente che brevettazioni e marchi funzionano in modo indipendente dal fatto puramente incidentale che la tecnica usata per ottenere un nuovo prodotto inneschi la dicitura OGM oppure no. Così come vietare la produzione di auto a benzina non può proteggerci dagli incidenti stradali, vietare la coltivazione di OGM non ci proteggerà da nessun tipo di speculazione commerciale.

6) Non ci fornisce nessuna indicazione sulla sicurezza ecologica di una coltivazione.

Una nuova caratteristica genetica può diffondersi nell’ambiente attraverso l’incrocio con varietà domestiche o selvatiche, più o meno parenti, oppure non farlo; può influire sugli ecosistemi, agricoli o selvatici, oppure non farlo; può favorire l’adozione di pratiche agricole virtuose, oppure aggressive. Tutto questo però accadrà, oppure no, indipendentemente dal modo in cui la nuova caratteristica genetica è stata ottenuta. Le buone pratiche agricole, la conservazione delle varietà rare, il rispetto del suolo e delle risorse ecc., non dipendono dal fatto che una nuova varietà sia stata ottenuta con una tecnica anziché con un’altra.

D’altra parte, i danni maggiori agli ecosistemi, selvatici o agricoli, sono legati allo spostamento di specie selvatiche, non di singoli tratti genetici “sfuggiti” dai campi degli agricoltori. Per l’Italia è sufficiente ricordare la Xylella pauca che sta falcidiando gli uliveti pugliesi, e lo scoiattolo grigio americano, che sta portando all’estinzione lo scoiattolo rosso europeo.

Insomma, come consumatore, nonostante i miei sforzi, non sono riuscito a trovare nessun contenuto utile nella dicitura «OGM» né nel suo alter-ego «OGM-free».

È anche vero che gli stessi promotori dell’etichettatura obbligatoria d’oltreoceano non sembrano davvero interessati a fornire indicazioni sensate a noi consumatori.

sale senza ogm

Il sale non può essere OGM, la certificazione in questo caso è quindi pleonastica. È interessante notare che un’etichetta di questo genere, in EU, sarebbe considerata pubblicità ingannevole, perché mette in rilievo una caratteristica che non distingue in alcun modo il prodotto dalla concorrenza, ed induce in errore il consumatore, portandolo a pensare che altre marche di sale possano essere OGM.

Per quanto mi riguarda quindi, almeno fino a quando la definizione di OGM non acquisirà un qualche senso compiuto – sempre che possa esistere una definizione di OGM di senso compiuto – continuerò a valutare il singolo prodotto per quello che è, ignorando qualunque etichettatura generica a riguardo; nella speranza che l’attuale bagarre su una categoria commerciale che sembra diventare ogni giorno più artificiosa, non finisca col soffocare qualunque volontà di vendere un prodotto per ciò che è e che può offrire.

 

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«Hold faithfulness and sincerity as first principles. Have no friends not equal to yourself. When you feel you have faults, do not hesitate to correct yourself.» (Confucius; Analects, 9.25)

Pubblicato il 26 gennaio 2018, in Cucina e dintorni, OGM, Parlando di scienza, Sicurezza alimentare con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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